Guardare al singolo trattamento senza considerare ciò che viene prima e ciò che potrà essere necessario dopo rischia di offrire una visione parziale del percorso odontoiatrico. Le condizioni della bocca, le esigenze cliniche e quelle della persona devono invece essere valutate nel loro insieme, perché una scelta compiuta in una determinata fase può avere conseguenze sulle successive.
Da questa impostazione nasce l’organizzazione dello Studio Odontoiatrico Dott. Federico Caponi di Livorno. Igiene orale, ortodonzia, implantologia, protesi ed estetica del sorriso vengono affrontate attraverso professionalità specifiche che, quando necessario, concorrono alla definizione dello stesso percorso.
Il modello scelto è quello del lavoro di squadra. Federico Caponi segue direttamente le discipline di propria competenza e si avvale, negli altri ambiti, della collaborazione di professionisti con i quali condivide da tempo metodo e programmazione clinica.
«Lo studio è organizzato come una squadra», spiega Caponi. «Seguo personalmente le discipline di cui mi occupo direttamente e, per gli altri ambiti, lavoro con colleghi che conosco da molti anni e con i quali condivido il metodo e la programmazione dei casi. L’obiettivo è fare in modo che le diverse competenze si integrino intorno alle necessità del paziente».
Conoscere la persona prima di definire il percorso
Prima delle soluzioni viene la conoscenza del caso: per questo lo studio attribuisce un ruolo particolarmente importante alla prima visita, organizzata in tempi e giornate dedicate e distinta dagli interventi già programmati.
È un momento che va oltre la raccolta dei dati clinici; serve a comprendere cosa si aspetta il paziente, quali eventuali timori porta con sé e quali possibilità siano realmente compatibili non soltanto con le condizioni della bocca, ma anche con la sua storia e con il percorso che sarà concretamente in grado di affrontare.
Situazioni che a prima vista possono apparire simili, infatti, non richiedono necessariamente la stessa risposta: condizioni cliniche, sensibilità ed esigenze possono essere differenti e incidere sulle decisioni.
«La prima visita è una delle fasi più importanti del nostro lavoro, perché è lì che si conosce la persona e si impostano le decisioni successive», osserva Caponi. «Anche davanti a situazioni apparentemente simili non esiste necessariamente una risposta identica: cambiano le condizioni cliniche, la sensibilità e le esigenze. Per questo occorre spiegare ciò che si è rilevato, mostrare le possibili alternative e rendere il paziente partecipe delle scelte».
Anche gli strumenti digitali trovano spazio in questa fase: immagini e monitor consentono di mostrare con maggiore immediatezza le condizioni iniziali e, nei casi in cui il tipo di trattamento lo permetta, di rappresentare l’evoluzione prevista.
Il loro ruolo rimane però di supporto alla comunicazione: non sostituiscono il confronto con il paziente, ma aiutano a tradurre in elementi più facilmente comprensibili informazioni che il solo linguaggio tecnico potrebbe rendere meno immediate.
La prevenzione come parte del trattamento
Se la cura viene pensata come un percorso, la prevenzione non può essere relegata a un momento separato, diventa invece uno degli elementi sui quali impostare le terapie e conservarne nel tempo i risultati.
Prima di una riabilitazione protesica, di un trattamento implantare o di un intervento estetico, l’attenzione va quindi anche allo stato di salute dei denti e dei tessuti gengivali. E il percorso non termina necessariamente con la conclusione del trattamento: controlli e igiene professionale permettono di seguirne successivamente l’andamento.
Anche in questo ambito la personalizzazione rimane un criterio centrale. Non esiste una frequenza dei richiami valida indistintamente per tutti: la periodicità viene stabilita sulla base delle condizioni individuali e può cambiare, per esempio, in presenza di problematiche parodontali, apparecchi ortodontici, impianti o particolari esigenze di mantenimento.
La continuità delle cure si traduce così in una programmazione calibrata sul singolo caso, anziché nell’applicazione di una cadenza prestabilita.
Gli strumenti cambiano, il metodo resta centrale
L’evoluzione tecnologica ha messo a disposizione dell’odontoiatria strumenti capaci di intervenire in diversi momenti dell’attività clinica: scanner intraorale, radiologia digitale, laser e apparecchiature per l’igiene professionale consentono di ottenere informazioni dettagliate, programmare determinate fasi dei trattamenti e ridurre alcuni disagi, come quello associato alle impronte tradizionali.
La tecnologia, tuttavia, non viene considerata un valore indipendente dal modo in cui viene utilizzata. Disporre di uno strumento significa anche conoscerne le indicazioni e i limiti e saperlo collocare correttamente all’interno della valutazione clinica.
Per questo, accanto all’introduzione delle tecnologie, assume importanza la formazione continua delle diverse figure che operano nello studio: «Le tecnologie possono rendere il lavoro più preciso e più agevole, ma richiedono studio, aggiornamento e pratica», sottolinea Caponi. «Lo strumento acquista valore soltanto quando viene utilizzato con consapevolezza e all’interno di una corretta valutazione clinica».
È proprio il metodo, più che una specifica tecnica, a rappresentare il denominatore comune delle diverse attività: ascoltare, stabilire le priorità, mettere in comunicazione le competenze necessarie, spiegare le alternative e mantenere una continuità anche dopo la conclusione delle cure. Una modalità di lavoro che considera la salute della bocca nel suo complesso senza perdere di vista la persona, dedicando alla comprensione, all’informazione e alla programmazione lo spazio necessario per costruire il percorso.
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