Indagini reputazionali e prove digitali: perché alle aziende non basta più cercare online

Andrea Galluzzi, titolare di Federalpol Investigazioni, spiega come la verifica di persone, imprese e contenuti digitali sia diventata un’attività sempre più richiesta da aziende, fondi di investimento e studi legali.

Per un’impresa, scegliere un dirigente, un fornitore strategico, un socio o un partner commerciale non significa più limitarsi a controllare una visura, un bilancio o qualche informazione reperita online, perché la reputazione di una persona o di una società può incidere sulla sicurezza di un’operazione, sulla continuità di un rapporto professionale e sulla prevenzione di danni economici e giudiziari.

È in questo spazio che si inseriscono le indagini reputazionali OSINT, acronimo di Open Source Intelligence, cioè attività di raccolta, analisi e verifica di informazioni provenienti da fonti aperte e legalmente accessibili, utilizzate per ricostruire il profilo di persone fisiche, aziende, clienti, fornitori, manager o soggetti coinvolti in operazioni societarie.

Non si tratta, però, di cercare qualche risultato su Google, ma di individuare, interpretare e documentare informazioni che spesso si trovano in archivi pubblici, registri, fonti giornalistiche, forum specialistici, social network, banche dati accessibili e aree della rete non raggiungibili con una normale ricerca.

Dai fondi alle imprese italiane

«I motori di ricerca come Google mostrano al massimo il cinque-dieci per cento di ciò che è in rete», osserva Andrea Galluzzi, titolare di Federalpol Investigazioni, agenzia investigativa milanese fondata nel 1975. «Il restante novanta per cento è nel deep web: archivi, banche dati specialistiche, forum, documenti non raggiungibili con una semplice ricerca. Recuperarli e verificarli richiede strumenti specifici, esperienza diretta e aggiornamento normativo costante».

Questa attività è nata soprattutto nel mondo dei fondi di private equity, dove la verifica preventiva del management, dei soci o delle figure coinvolte in un’acquisizione è una prassi consolidata, ma oggi la domanda si sta allargando anche alle aziende medio-grandi, che avvertono la necessità di conoscere in anticipo l’affidabilità dei propri interlocutori.

«Era una nicchia piccola», sottolinea Galluzzi, «ma sta prendendo piede. Oggi sono sempre più aziende medio-grandi a richiederlo, anche su sé stesse, per capire come sono posizionate a livello reputazionale, se le recensioni sono reali o se esistono contenuti che possono rappresentare una criticità».

A rendere più rilevante questa esigenza contribuiscono la responsabilità amministrativa degli enti prevista dal decreto legislativo 231 del 2001, l’attenzione alla compliance, la complessità delle filiere e la rapidità con cui una criticità reputazionale può trasformarsi in una crisi pubblica.

Quando la prova è digitale

Galluzzi cita il caso di un fondo che aveva richiesto una verifica sul direttore generale di un’azienda in fase di acquisizione. Dall’indagine era emerso che il dirigente frequentava da anni forum di scommesse sui cavalli e aveva consumato il proprio patrimonio personale, un’informazione che non sarebbe comparsa in una visura camerale o in un credit check, ma che poteva incidere sulla valutazione di una figura destinata a guidare un’impresa.

Accanto alle indagini reputazionali, un secondo ambito in crescita riguarda l’acquisizione forense digitale, cioè la conservazione certificata di pagine web, post sui social network, recensioni, chat e contenuti online, quando questi elementi possono assumere valore probatorio in una controversia o in un’attività difensiva.

Una pagina può essere modificata, un post cancellato, una recensione rimossa e una conversazione contestata, mentre un semplice screenshot oggi può essere considerato fragile, perché manipolabile o insufficiente a dimostrare che un contenuto fosse presente online.

«L’acquisizione forense cristallizza il sito web o la chat in quel preciso istante e certifica che la pagina corrisponde al vero e non è stata modificata», spiega Galluzzi. «Si effettua con software specifici, accessibili soltanto agli operatori autorizzati, ed è la differenza fra una prova utilizzabile in giudizio e un documento che il giudice potrebbe scartare».

Per aziende e studi legali questo passaggio può diventare decisivo nei casi di diffamazione online, concorrenza sleale, violazioni del marchio, controversie commerciali o elementi digitali che rischiano di sparire proprio quando diventa necessario produrli in sede giudiziaria.

Resta centrale, infine, il principio della legalità della prova: un’informazione può essere rilevante, ma se viene raccolta in modo scorretto rischia di non essere utilizzabile e di esporre il committente a nuove responsabilità. Per questo la differenza fra un’attività professionale e una ricerca improvvisata non sta soltanto nel trovare informazioni, ma nel documentarle, verificarle e acquisirle in modo corretto.

 

www.federalpolinvestigazioni.com

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