Ci sono saloni che formano il proprio gruppo di lavoro all’interno e altri che assumono figure già pronte prese dall’esterno. La differenza tra i due modelli si vede con il tempo: chi cresce dentro il salone assorbe metodo, ritmo e sensibilità del gruppo che lo ha accolto; chi arriva già formato porta esperienze diverse ma deve costruire una nuova identità professionale. Il primo modello richiede pazienza e continuità, ma restituisce un tipo di squadra che difficilmente si ottiene per via diversa.
Su questa linea si è costruito nel tempo il lavoro di Artesano Parrucchieri, salone di Corso Indipendenza a Milano guidato da Massimo Duo’. Il gruppo attuale conta cinque professioniste, tutte al femminile: Erika, Chiara, Francesca, Stefania e Melania, la più giovane.
«Chi lavora nel salone difficilmente decide di andarsene, perché tra di noi si è creato un vero spirito di squadra. Anche nelle giornate più affollate ci si dà una mano a vicenda, e questa cosa la cliente la percepisce fin dal primo appuntamento. È un contesto che spinge ciascuna di noi a lavorare bene», racconta Erika.
Ingressi giovani e crescita interna
Il primo elemento che caratterizza l’attività è la maniera in cui il gruppo di lavoro si è costruito nel corso degli anni. La maggior parte delle professioniste è entrata in salone molto giovane, spesso appena uscita dalla scuola di acconciatura, e ha costruito il proprio percorso professionale accanto a colleghe con più anzianità. Erika è arrivata a diciotto anni tramite uno stage; Chiara ha compiuto un cammino simile; Francesca collabora con Massimo Duo’ da lungo tempo ed è nel salone da otto anni; Stefania è un’altra presenza ormai consolidata del gruppo. L’ultima arrivata è Melania, entrata a diciannove anni.
«Entrare in un salone così giovane significa affiancare persone che questo mestiere lo praticano da anni con calma, e che ti danno lo spazio per capire prima di eseguire», racconta Melania.
Nel panorama dei saloni professionali questo tipo di ingresso non è più prassi diffusa. In molti contesti la scelta ricade su figure già formate altrove, con curriculum costruito in precedenza. Artesano ha invece scelto di mantenere aperto un canale d’ingresso per chi proviene dalla scuola, accompagnandolo in un percorso di crescita graduale in cui vengono trasmessi metodo, cura del cliente e identità professionale.
Corsi e tricologia, l’aggiornamento come impegno costante
Accanto alla crescita interna, la seconda leva su cui il salone ha investito è quella dell’aggiornamento verso l’esterno. Nessuna delle professioniste ha mai considerato conclusa la propria formazione, e la partecipazione a corsi tecnici e stilistici è diventata parte integrante del calendario lavorativo dell’anno.
«Fermarci a una sola filosofia, anche se è una filosofia di lavoro che sta funzionando bene, significa nel tempo restare indietro. Servono continui stimoli nuovi, cose diverse da vedere e provare, per non chiuderci in una bolla», osserva Erika.
Uno dei terreni su cui la formazione si concentra maggiormente è la tricologia. L’osservazione approfondita della cute e la conoscenza del fusto capillare permettono di leggere con precisione lo stato del capello e di orientare le scelte tecniche successive. È una parte del lavoro che entra poi direttamente nella consulenza con la persona.
La consulenza come momento centrale del servizio
L’insieme delle competenze acquisite trova il proprio ambito di applicazione più concreto nel momento della consulenza. È lì che il salone gioca gran parte del proprio valore aggiunto rispetto al puro servizio tecnico.
«La cosa più importante è capire con chiarezza cosa la persona sta cercando, e a quel punto valutare insieme quali risultati siano davvero raggiungibili sul suo capello. Il nostro compito è spiegare cosa possiamo fare e cosa no, senza mai imporre la nostra visione ma costruendo con la cliente un punto d’incontro», spiega Erika.
L’immagine di un’attrice o di una modella portata dal telefono è spesso il punto da cui la conversazione parte, non l’obiettivo che si può necessariamente raggiungere. Il lavoro delle professioniste è tradurre quella richiesta guardando alla struttura reale del capello, alle sue caratteristiche di partenza e alla sua storia di lavorazioni precedenti.
È da questo lavoro di ascolto che nascono anche le scelte relative ai prodotti utilizzati in salone. Nel salone si lavora con Oway, marchio italiano di cosmesi capillare organica in confezione di vetro ambrato, in coerenza con una filosofia che punta sulla personalizzazione e sulla tutela della struttura del capello.
«Il valore di quello che facciamo si verifica al momento in cui la cliente lascia il salone e, con più forza, quando si guarda allo specchio nei giorni seguenti. Perché quel momento vada bene serve aver ascoltato con attenzione all’inizio, non solo aver fatto un buon taglio», conclude Erika.
https://www.artesanoparrucchierimilano.it/
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