Pochi settori cambiano strumenti con la stessa rapidità dell’informatica e, in mezzo secolo, il passaggio dai grandi elaboratori alimentati a schede perforate ai terminali, poi al cloud e oggi ai modelli di intelligenza artificiale, ha costretto molte realtà nate per sviluppare software a reinventarsi più volte, non sempre riuscendo a conservare continuità e riconoscibilità. Elelco è tra le aziende che hanno attraversato per intero questa trasformazione mantenendo ferma un’idea di fondo: costruire sistemi informatici intorno ai processi reali delle imprese, invece di costringere le imprese ad adattarsi agli strumenti disponibili.
«Abbiamo sempre svolto lo stesso tipo di lavoro, che è cambiato negli anni soltanto in funzione degli strumenti che il mercato metteva a disposizione», osserva Giorgio Maria Tagliagambe. È una continuità che aiuta a spiegare come l’azienda sia riuscita a passare da una stagione tecnologica all’altra senza snaturare il proprio mestiere, fino alla nascita, negli ultimi anni, di una società gemella a Tirana, sviluppata a partire dall’esperienza maturata in Italia e poi applicata a un mercato in forte evoluzione.
Quando i dati viaggiavano su carta
Il punto di partenza, oggi, sembra appartenere a un’altra era, quando l’informatica gestionale non aveva ancora nulla dell’immediatezza attuale e il lavoro cominciava fisicamente dai documenti del cliente. «Siamo partiti ai tempi delle schede perforate: si andava dal cliente, si raccoglievano i documenti cartacei, li si trasformava in schede, si elaboravano e si tornava dal cliente con grandi pacchi di carta», racconta Tagliagambe, ricordando una fase in cui gli strumenti disponibili rendevano ogni processo lento e quasi privo di memoria, perché «quella tecnologia non permetteva quasi nessuna archiviazione, e così ogni mese finiva in se stesso».
Da quel servizio essenziale ha preso forma, negli anni, un metodo di sviluppo rimasto costante anche quando i supporti sono cambiati, i tempi si sono accorciati e la tecnologia ha reso possibile ciò che allora era impensabile: partire dai documenti e dai processi reali dell’impresa, comprenderne il funzionamento concreto, trasformare quelle informazioni in un sistema ordinato e restituirle in una forma leggibile, utile e utilizzabile da chi deve gestire, controllare e decidere.
Dal lavoro remoto al capitolo albanese
La capacità di anticipare i cambiamenti tecnologici si vede anche nel modo in cui Elelco ha progressivamente spostato il lavoro dai documenti fisici ai sistemi collegati da remoto. «Siamo passati a soluzioni cloud quando ancora non si chiamavano così», osserva Tagliagambe, ricordando una fase in cui i terminali venivano installati direttamente nelle sedi dei clienti e il personale delle aziende poteva lavorare sui sistemi Elelco da remoto, accedendo a dati e procedure senza doverli gestire localmente. Non era ancora il cloud come lo intendiamo oggi, ma la logica era già quella: rendere i dati accessibili, aggiornati e utilizzabili nel luogo in cui servivano.
Lo stesso approccio, anni dopo, avrebbe accompagnato anche l’apertura del capitolo albanese. Una decina d’anni fa Elelco partecipa quasi per caso a una gara per un ministero di Tirana e la vince, trovandosi davanti a un mercato dove molti processi erano ancora gestiti con strumenti molto semplici. «Arrivando lì mi sono accorto che l’informatica era praticamente a zero: facevano tutto con i fogli di calcolo», racconta Tagliagambe. Da quell’esperienza nasce la società albanese, pensata per portare lo stesso metodo di lavoro in un contesto che stava iniziando a strutturarsi.
Nel frattempo il raggio d’azione dell’azienda si è ampliato ben oltre i confini nazionali, perché per conto di gruppi multinazionali Elelco gestisce oggi la contabilità e altri processi in buona parte d’Europa, dal Portogallo all’Olanda, e in mercati lontani come Brasile, India e Cina, lavorando su piattaforma IBM e in architettura cloud. Anche in questo caso il punto resta lo stesso: adattare la tecnologia ai processi reali dell’impresa, qualunque sia il paese in cui quei processi devono essere governati.
Prima i processi, poi la tecnologia
Dietro la capacità di cambiare pelle senza perdere identità c’è una convinzione maturata in cinquant’anni di attività: il valore di un sistema informatico non nasce soltanto dalla tecnologia con cui viene costruito, ma dalla capacità di leggere con precisione il modo in cui un’azienda lavora, produce documenti, organizza reparti, controlla dati e prende decisioni. «La parte più strategica del nostro lavoro non è scrivere programmi o padroneggiare l’ultima tecnologia», spiega Tagliagambe. «È conoscere a fondo i processi di un’azienda, perché è da lì che parte tutto il resto».
È un lavoro complesso, che l’esperienza ha reso più rapido e riconoscibile. «I primi sistemi erano complicati da costruire, poi è venuto il secondo, il terzo: oggi ne abbiamo realizzati così tanti che ogni nuovo progetto parte da pezzi già messi a punto, come da una libreria di soluzioni», racconta Tagliagambe. Le situazioni tendono a ripetersi più di quanto si immagini, e riconoscerle in fretta diventa il vantaggio di chi ha attraversato migliaia di casi aziendali diversi, senza però trasformare il lavoro in un prodotto standard, perché ogni impresa mantiene regole, abitudini, priorità e processi che devono essere compresi prima ancora di essere digitalizzati.
È questa lettura, più della tecnologia in sé, a spiegare come una realtà nata con le schede perforate continui oggi a misurarsi con i modelli generativi senza viverli come uno strappo, perché quando si è capito davvero come lavora un’impresa, costruirci intorno un sistema informativo diventa una conseguenza naturale.
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