Prosegue tra forti tensioni il percorso parlamentare del disegno di legge sulla caccia (ddl 1552) in discussione al Senato, dove si è conclusa la discussione generale dopo il respingimento delle pregiudiziali di costituzionalità presentate da Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Sono circa un centinaio gli emendamenti depositati, mentre l’Aula di Senato della Repubblica tornerà a riunirsi nel pomeriggio.
Il provvedimento, che interviene in profondità sulla storica legge 157 del 1992, è al centro di un acceso confronto politico e istituzionale. Le opposizioni lo definiscono un intervento regressivo, accusandolo di favorire le istanze del mondo venatorio e di indebolire le tutele ambientali.
Una riforma che divide Parlamento e ambientalisti
Il testo non si limita ad aggiornare la normativa vigente, ma ne modifica l’impianto, introducendo un passaggio concettuale dalla tutela della fauna alla sua gestione attiva. Un cambiamento che ha immediatamente sollevato critiche da parte di associazioni ambientaliste e forze di opposizione.
Tra i punti più contestati figurano l’ampliamento delle specie cacciabili, la revisione del ruolo scientifico di ISPRA e la maggiore autonomia concessa alle Regioni nella definizione dei calendari venatori.
Sul fronte politico, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha attaccato duramente il provvedimento, definendolo:
“Il ddl 1552 non è una riforma della caccia: è un tentativo sguaiato e ideologico di frantumare il delicato equilibrio della legge 157. È una resa incondizionata alla frangia venatoria piu’ estremista, in barba alla scienza, al diritto europeo e al dovere costituzionale di tutelare l’ecosistema e la biodiversità”.
Schlein ha inoltre criticato la modifica del ruolo dell’ISPRA, sostenendo che il parere scientifico verrebbe trasformato da vincolante a consultivo, con possibili effetti sul sistema di protezione europeo.
Anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha usato parole dure:
“Non si tratta di una modifica tecnica, ma della precisa scelta politica di sacrificare l’interesse generale per soddisfare interessi particolari”.
Conte ha definito la riforma “uno scempio”, accusando la maggioranza di mettere a rischio ecosistemi, specie selvatiche e aree protette.
Il nodo istituzionale e le pressioni esterne
Il provvedimento ha attirato anche l’attenzione delle associazioni ambientaliste. LIPU ha reso noto uno scambio epistolare con il Vaticano, sottolineando l’attenzione della Santa Sede al tema della tutela del creato, pur nel rispetto della sua posizione di neutralità rispetto alle scelte legislative degli Stati.
Intanto il dibattito si intreccia con il confronto europeo, anche in relazione ai rilievi della Commissione sulle possibili incompatibilità con la direttiva Uccelli.
Cosa cambia con il ddl 1552
Il disegno di legge introduce numerose modifiche strutturali alla normativa del 1992. Tra le principali novità:
- passaggio dal concetto di tutela a quello di gestione della fauna;
- ampliamento delle competenze regionali;
- revisione del ruolo scientifico dell’ISPRA;
- estensione delle specie cacciabili;
- nuove regole sugli appostamenti fissi;
- cambiamenti nella governance degli ambiti territoriali di caccia;
- apertura alla gestione economica delle aziende faunistico-venatorie.
Tra gli elementi più controversi anche la possibilità di superare alcuni vincoli storici sulla regolazione della caccia in periodi sensibili e in specifiche aree territoriali.
Secondo la maggioranza e le associazioni venatorie, la riforma mira ad aggiornare una normativa ritenuta datata, ridurre il contenzioso e allineare il sistema italiano alle direttive europee, senza compromettere — sostengono — la tutela della fauna come patrimonio dello Stato.
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