Meloni al New York Times: il record a Palazzo Chigi e la lunga sfida del consenso

La premier italiana racconta al New York Times il percorso che l’ha portata al vertice della politica nazionale ed europea, tra identità, alleanze internazionali e memoria storica

Giorgia Meloni si prepara a segnare un nuovo primato nella storia della Repubblica italiana. Il 4 settembre, con il superamento dei quattro anni consecutivi alla guida del governo, diventerà il presidente del Consiglio con la permanenza più lunga a Palazzo Chigi nell’Italia repubblicana. Un risultato che assume un valore politico particolare considerando il percorso della leader di Fratelli d’Italia, arrivata ai vertici dello Stato dopo una lunga esperienza maturata nella destra italiana.

In occasione di questo traguardo, Meloni ha scelto di concedere una rara intervista al New York Times, uno dei principali quotidiani internazionali, ripercorrendo la propria storia politica e spiegando quali elementi abbiano favorito la sua affermazione elettorale e istituzionale.

Secondo la premier, alla base della sua longevità politica ci sarebbe soprattutto un principio personale: la coerenza tra ciò che pensa e ciò che comunica pubblicamente. Nell’intervista ha spiegato che segue una regola precisa, ovvero evitare di sostenere posizioni nelle quali non crede realmente. Ha aggiunto che questa impostazione rappresenterebbe il fondamento del rapporto costruito negli anni con i suoi sostenitori.

Meloni ritiene infatti che gli elettori siano in grado di distinguere tra convinzioni autentiche e messaggi costruiti a tavolino. A suo giudizio, la perdita di credibilità sarebbe uno degli errori più gravi che un rappresentante politico possa commettere.

Dalla militanza giovanile alla guida del governo

Il quotidiano statunitense ha ricostruito anche le origini del percorso politico della presidente del Consiglio. La sua storia affonda le radici nella Garbatella romana, quartiere dove da adolescente entrò in contatto con la destra post-fascista.

La stessa Meloni ha collegato quella scelta alla forte reazione emotiva vissuta dopo gli attentati del 1992 che portarono alla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da quel momento iniziò una lunga crescita politica che, almeno nelle prime fasi, sembrava destinata a rimanere marginale.

Quando nel 2012 contribuì alla nascita di Fratelli d’Italia, il nuovo partito faticava a superare percentuali elettorali molto basse, attestandosi per anni intorno al 3%. La leader del partito, tuttavia, ha raccontato di aver sempre reagito alle difficoltà rifiutando i limiti indicati dagli altri.

In questo senso ha sottolineato come i rifiuti e gli ostacoli abbiano rappresentato per lei una motivazione ulteriore. Nel corso dell’intervista ha dichiarato: “Un “no” è una delle cose che mi motiva di più”.

La crescita istituzionale arrivò progressivamente. Nel 2006 Meloni divenne la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica italiana. Due anni dopo, a soli 31 anni, ottenne l’incarico di ministra, diventando anche in quel caso la più giovane persona ad aver ricoperto quel ruolo.

L’obiettivo: cambiare l’immagine dell’Italia nel mondo

Accanto al successo interno, Meloni ha indicato come obiettivo politico anche una trasformazione della percezione internazionale dell’Italia. La premier ha parlato della necessità di superare un atteggiamento di inferiorità rispetto agli altri Paesi.

Secondo la sua visione, il progetto politico sarebbe quello di restituire centralità e orgoglio nazionale all’Italia. Nell’intervista ha definito questa prospettiva come “la più grande rivoluzione possibile in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio”.

Questa impostazione ha influenzato anche la sua politica estera, compreso il rapporto con Donald Trump. In una prima fase, la vicinanza sui temi dell’immigrazione e sulle questioni culturali aveva alimentato l’idea che Meloni potesse svolgere un ruolo di collegamento tra Washington e le istituzioni europee.

Successivamente, però, il rapporto con il presidente americano si è complicato. La premier ha spiegato che le aspettative iniziali erano differenti rispetto all’evoluzione successiva dei rapporti. Ha inoltre criticato alcune dichiarazioni di Trump, tra cui quelle relative al suo presunto tentativo di ottenere un incontro al G7.

Nonostante le tensioni personali, Meloni ha ribadito che la politica estera italiana non può dipendere dai rapporti individuali con i leader stranieri. Ha dichiarato di continuare a considerare fondamentale il legame tra i Paesi occidentali e ha aggiunto: “Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali”.

Alla domanda su un possibile riavvicinamento con Trump, la presidente del Consiglio ha risposto semplicemente: “Beh, vedremo”.

Il nodo della memoria storica e il rapporto con il fascismo

Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda il rapporto con la storia del fascismo e la posizione di Meloni rispetto al tema dell’antifascismo.

La premier ha condannato il fascismo e ha ricordato le leggi razziali del 1938 come uno dei momenti più drammatici della storia italiana. Tuttavia, ha evitato di definirsi antifascista, termine che ha spesso associato alla cultura politica della sinistra con cui si è confrontata durante la propria giovinezza.

Parlando di quel periodo storico, Meloni lo ha descritto come un’epoca “particolarmente complessa”, sottolineando la difficoltà di giudicare eventi del passato senza considerare il contesto nel quale si sono verificati.

Il tema resta centrale anche per Fratelli d’Italia, partito che conserva nel proprio simbolo la fiamma tricolore legata alla tradizione del Movimento Sociale Italiano. Proprio questo elemento rappresenta una delle principali questioni del dibattito sulla trasformazione della destra italiana.

Secondo il racconto del New York Times, la capacità di Meloni è stata anche quella di portare nell’area politica dominante una forza nata ai margini dello scenario nazionale, mantenendo però alcuni riferimenti identitari della propria storia.

Fabio Rampelli, storico esponente della destra romana vicino alla premier, ha sostenuto che la presenza politica di Meloni abbia contribuito a modificare la percezione pubblica di quell’area, un tempo considerata da molti come radicale e isolata.

Da outsider a possibile protagonista della politica europea

La parabola di Meloni viene oggi osservata anche oltre i confini italiani. La crescita delle forze conservatrici e nazionaliste in diversi Paesi europei ha reso il modello italiano un punto di riferimento per una parte della destra continentale.

Con Marine Le Pen in Francia e l’ascesa dell’AfD in Germania, il percorso di Fratelli d’Italia viene considerato da molti analisti come una possibile strategia di trasformazione da movimento di opposizione a forza di governo.

La premier italiana si trova così al centro di una fase politica europea caratterizzata dall’incertezza internazionale, dalla crisi degli equilibri tradizionali e dalla ridefinizione delle alleanze.

Rimane però il contrasto che caratterizza la sua storia politica: una leader affermatasi come rappresentante dell’alternativa e oggi diventata una delle figure più rilevanti del sistema istituzionale.

Meloni attribuisce il proprio successo soprattutto alla scelta di seguire una strada autonoma e controcorrente. Nell’intervista ha indicato proprio il coraggio di assumere posizioni difficili come uno degli elementi decisivi della sua carriera.

Alla fine, però, anche la sua spiegazione personale appare semplice: la combinazione tra preparazione, determinazione e circostanze favorevoli. La premier ha infatti suggerito che il suo risultato possa essere stato anche il frutto di una coincidenza storica: essere stata la persona giusta nel momento giusto.

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