Marzo 2020. L’Italia si ferma, i saloni chiudono, e in tutto il Paese il comparto della cura della persona registra uno dei colpi più duri tra i settori produttivi. È proprio in quella fase, contro ogni manuale di gestione del rischio, che Francesca Ghelardi e la madre Alessandra decidono di aprire il loro secondo salone, a Tirrenia. Il primo, a Livorno, era stato inaugurato nel 2014 e aveva consolidato negli anni una clientela fedele. Il secondo nasce nel momento meno prevedibile, dentro un settore che in Italia conta circa 137 mila imprese e un giro d’affari del comparto cura della persona attorno ai 7 miliardi di euro, ma che si regge in larga parte su micro-attività schiacciate dalla concorrenza al ribasso.
«Non è stato facile, è stato un impegno attivo», ricorda oggi Ghelardi. «Però ci abbiamo creduto. Da sempre lavoriamo con la stessa azienda e questo ci ha dato la struttura per non fermarci». L’azienda è Evos Parrucchieri, brand Made in Italy di Corani & Partners, gruppo bresciano attivo nella coiffure da oltre cinquant’anni e a capo di una rete di circa centoventi saloni in tutto il Paese.
Iniziare presto, ragionare da impresa
A trent’anni, Francesca Ghelardi ha già un curriculum che pochi nel settore costruiscono in un’intera carriera: due saloni di proprietà, un ruolo da tecnica formatrice del brand, corsi in tutta Italia. «Ho cominciato a lavorare presto», racconta. «Ho messo da parte tante cose per dare spazio alla carriera, lo dico perché è quello che è successo. Amo questo lavoro, e probabilmente è questo che mi ha portato a diventare quello che sono». In un comparto che storicamente premia gli anni di mestiere, partire giovani significa dover costruire da subito una postura imprenditoriale: non solo saper tagliare e colorare, ma saper gestire fornitori, agende, personale, marketing.
Madre e figlia, due generazioni in salone
In salone con lei lavora la madre Alessandra, parrucchiera dai diciotto anni, oggi sessantadue. Una presenza decisiva, ma anche un primo terreno di confronto. «All’inizio non è stato semplice, una ragazza giovanissima che si affaccia al lavoro con la madre come titolare», ammette Francesca. «Crescendo le dinamiche cambiano. Oggi siamo un micro cosmo efficace: io mi occupo della parte burocratica, organizzativa, manageriale, lei della parte commerciale e del rapporto storico con la clientela». Le differenze generazionali, dice, emergono soprattutto sul digitale: software gestionali, booking online, intelligenza artificiale applicata alla diagnosi del capello. «Lei mi ricorda di rallentare. Io corro veloce, e serve a coprire grandi distanze».
Il cliente come asset, non come transazione
L’ambizione, racconta Ghelardi, non è una cifra di fatturato. È come esce il cliente dal salone. «Un cliente soddisfatto è la conquista quotidiana che costruisce il futuro. Quando entra qui viene guidato, ascoltato. Il lavaggio non è un passaggio fugace, è un rituale. Tocchiamo la testa di una persona: è una responsabilità che si riflette sul suo benessere quella giornata». È un modo di pensare il servizio che, nel linguaggio del comparto, prende il nome di customer experience e fidelizzazione, e che differenzia i saloni di qualità da quelli che lavorano sul prezzo basso.
Lo sguardo è già oltre. «Mi piacerebbe in futuro, perché no, aprire un altro o altri saloni, sempre con questa filosofia: passione, cura, dalla A alla Z». Non è la ricerca di una crescita per la crescita: è la volontà di replicare un modello in un settore dove l’improvvisazione è ancora diffusa e dove la qualità del servizio sta diventando l’unico terreno di gara che paga davvero. Una storia che, sul litorale toscano, racconta bene come stia cambiando l’imprenditoria femminile del beauty italiano.
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