Lupi in Europa in aumento, ma lo studio genomico rivela gravi rischi

Popolazioni numericamente cresciute mostrano depressione da inbreeding e bassa diversità genetica

Il ritorno dei lupi in Europa è spesso celebrato come un successo per la biodiversità: oggi si stima la presenza di circa 21 mila individui, con numeri in crescita in diverse aree del continente. Tuttavia, un recente studio scientifico supervisionato dal CNR evidenzia un problema silenzioso ma serio: le popolazioni di lupo grigio non sono geneticamente sane.

I ricercatori hanno analizzato il genoma completo di oltre 200 lupi provenienti da cinque grandi aree europee — Scandinavia, Penisola Iberica, Italia, Carpatico-Balcanica e Dinaro-Balcanica — rilevando livelli elevati di consanguineità. Questo fenomeno porta alla cosiddetta “depressione da inbreeding”, che aumenta la probabilità di difetti genetici, riduce la fertilità e rende gli animali più vulnerabili alle malattie. In pratica, pur aumentando numericamente, le popolazioni si deteriorano dal punto di vista genetico.

Lo studio ha inoltre mostrato che i lupi europei non formano un’unica grande popolazione interconnessa, ma un mosaico di stirpi isolate, alcune separate già alla fine del Pleistocene. La popolazione scandinava mostra consanguineità recente, mentre quella Dinaro-Balcanica porta tracce di isolamento millenario. Cristiano Vernesi dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR sottolinea: “Una popolazione può crescere numericamente e al tempo stesso deteriorarsi geneticamente in modo silenzioso. È quello che gli scienziati chiamano un successo fuorviante”.

Il caso dei lupi europei ricorda esperienze simili con altre specie come foche elefante settentrionali, stambecchi alpini e pantere della Florida, che pur recuperando demograficamente hanno mantenuto problemi genetici profondi. Vernesi osserva che, diversamente da queste specie, il lupo europeo viene studiato ora, mentre è ancora in espansione, permettendo di intervenire prima che i problemi diventino irreversibili.

Anche la popolazione italiana mostra segnali di ridotta diversità genetica a causa della caccia storica, frammentazione e degrado degli habitat, nonostante la specie si sia ormai diffusa su gran parte delle Alpi e di molte pianure.

Le implicazioni di questo studio riguardano anche la gestione politica e legale della specie. La direttiva europea Habitat consente una gestione più permissiva solo se la specie è in uno “stato di conservazione favorevole”, ma secondo gli autori nessuna delle cinque popolazioni analizzate soddisfa questo criterio. Pertanto, la recente decisione dell’UE di abbassare il livello di protezione del lupo non avrebbe fondamento biologico.

Il messaggio chiave è chiaro: contare gli individui non basta, occorre valutare la salute genetica delle popolazioni per garantire la sopravvivenza a lungo termine di questa specie simbolo.

Redazione

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