In una svolta epocale per le indagini sulla camorra casalese, Francesco Schiavone, alias Sandokan, storico capo del clan dei Casalesi, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Detenuto dal 1998, Schiavone si trova in condizioni di salute precarie, circostanza che potrebbe aver influenzato la sua decisione di pentirsi.
Dai primi passi nel crimine alla detenzione al 41 bis
Schiavone, settantenne, è stato un pilastro della camorra sin dalla giovinezza, iniziando la sua “carriera” criminale come autista per noti boss locali. La sua ascesa all’interno del clan dei Casalesi è stata segnata dalla lotta per il potere, culminata con l’assunzione del comando dopo la scomparsa di Antonio Bardellino. La sua cattura nel 1998, in un bunker a Casal di Principe insieme alla famiglia, ha rappresentato un momento cruciale nella lotta dello Stato contro la camorra.
La collaborazione con la giustizia: una svolta storica
Le autorità giudiziarie, comprese la Direzione Nazionale Antimafia e la Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, hanno confermato l’avvio della collaborazione di Schiavone. Questo gesto non solo apre a nuove possibilità investigative sulle attività criminali del clan dei Casalesi, ma segna anche la fine dell’era di uno degli ultimi “irriducibili” della camorra. La sua scelta di collaborare dopo 26 anni di carcere duro è un evento senza precedenti, che potrebbe avere ripercussioni significative sulle dinamiche criminali della regione.
Protezione per i familiari e una nuova vita
I familiari di Schiavone sono stati avvicinati dalle forze dell’ordine per discutere l’ingresso nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia, segnale della serietà dell’impegno di Sandokan a collaborare pienamente. Questa decisione segue il percorso intrapreso dal figlio Nicola, che nel 2018 ha scelto di collaborare con la giustizia, aprendo un nuovo capitolo per la famiglia Schiavone.
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