Valter Lavitola avrebbe ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore della trasmissione Report, avvenuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione del cronista. Dopo la confessione resa nei giorni scorsi, il suo avvocato Arturo Cola riferisce di un uomo provato dal peso delle conseguenze della propria scelta.
Al termine di un colloquio durato quasi tre ore nel carcere romano di Rebibbia, il difensore ha spiegato che Lavitola starebbe vivendo una fase psicologicamente complessa, legata soprattutto al coinvolgimento di persone a lui vicine nell’inchiesta.
L’avvocato ha dichiarato: “vive una condizione psicologica certamente non facile, perché per una scelta autonoma ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes, e un fratello”, aggiungendo che il suo assistito sarebbe “pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene”.
La difesa: iniziativa personale di Lavitola
Secondo quanto riferito dal legale, l’ipotesi sostenuta dalla difesa è che l’attentato sia stato deciso autonomamente da Lavitola, senza un accordo preventivo con altri soggetti.
L’avvocato Cola ha sottolineato che “la scelta dell’attentato è solo sua, una iniziativa solo sua”, spiegando che il suo assistito avrebbe agito con l’obiettivo di attirare maggiore attenzione sul livello di rischio percepito nei confronti di Ranucci.
Nella ricostruzione della difesa, Lavitola riteneva che il giornalista non avesse dato sufficiente peso agli avvertimenti ricevuti in precedenza su possibili minacce. Secondo quanto riferito dal legale, il conduttore di Report avrebbe affrontato la questione senza considerarla un pericolo concreto e non avrebbe quindi fornito agli investigatori informazioni su quell’aspetto.
Attesa la deposizione al Tribunale del Riesame
La difesa ha annunciato che Lavitola renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame, appuntamento previsto per la settimana successiva.
Secondo il suo avvocato, la confessione avrebbe rappresentato un elemento rilevante per gli investigatori, perché avrebbe fornito un contributo alle indagini che fino a quel momento erano basate principalmente su elementi indiziari.
L’obiettivo, ha spiegato il legale, non sarebbe quello di modificare quanto già dichiarato, ma di chiarire alcuni aspetti della vicenda. “Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma si tratta semplicemente di puntualizzare”, ha affermato Cola, precisando che al Riesame sarà possibile fornire una lettura completa delle dichiarazioni già rese.
I presunti avvertimenti prima dell’esplosione
Un altro elemento al centro dell’inchiesta riguarda un presunto incontro avvenuto il 7 settembre, circa un mese e mezzo prima dell’esplosione davanti alla casa di Ranucci.
La difesa sostiene che in quella circostanza Lavitola avrebbe informato il giornalista dei rischi legati a possibili attentati. Secondo il legale, il tema sarà approfondito nell’ambito degli interrogatori e degli atti difensivi.
L’avvocato ha inoltre precisato che, durante l’interrogatorio di garanzia, Lavitola avrebbe escluso l’esistenza di un’intesa preventiva per organizzare l’attentato.
Gli esecutori materiali chiedono di essere interrogati
Parallelamente alla posizione di Lavitola, procede il filone dell’inchiesta che riguarda le quattro persone arrestate lo scorso 30 giugno e accusate di essere gli esecutori materiali dell’azione intimidatoria.
I loro difensori hanno depositato una richiesta di interrogatorio davanti al pubblico ministero. Finora gli indagati avevano scelto di non rispondere durante gli interrogatori di garanzia e davanti agli inquirenti, limitandosi eventualmente a dichiarazioni spontanee.
Ora sarebbero invece intenzionati a fornire chiarimenti sulla vicenda, compreso il presunto ruolo di Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come possibile intermediario e attualmente fuori dall’Italia.
Tra gli aspetti che dovranno essere chiariti c’è anche la presunta distanza tra il piano ipotizzato dai quattro arrestati e quello riferito da Lavitola. Secondo la versione emersa dalle indagini, infatti, l’ex collaboratore avrebbe immaginato inizialmente un’azione diversa dall’utilizzo di un ordigno esplosivo, con una serie di colpi d’arma da fuoco dimostrativi contro il muro dell’abitazione del giornalista.
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